giovedì 16 maggio 2013

Flag of our Fathers

Può, una fotografia, cambiare le sorti di una guerra? Successe durante la guerra del Vietnam, quando apparve in tutto il mondo lo scatto di un ufficiale vietnamita che sparava alla tempia di un soldato americano. Foto che provocò la demoralizzazione delle truppe e un lento declino del conflitto. Successe durante la seconda guerra mondiale, quando la foto scattata a Iwojima riscaldò i cuori degli americani e li spinse a comprare i buoni di guerra e a rimpinguare le casse dello stato, completamente vuote e, sull'orlo del collasso. Una foto storica che permise di portare a termine il conflitto con i giapponesi, al termine della seconda guerra mondiale e... al proseguimento della storia così come la conosciamo oggi, perché, se non fossero arrivati quei fondi, l'America avrebbe dovuto tentare con un armistizio e, il Giappone ne sarebbe uscito vincitore.
Il film racconta la storia di questa foto e, indirettamente, la storia degli uomini che innalzarono quella bandiera, e in particolare dei tre che sopravvissero a quella terribile battaglia.
Il racconto avviene nel modo più classico. Il figlio di uno dei tre sopravvissuti, alla morte del padre, cerca gli altri due per conoscere la storia per intero. E così il film passa da flashback, a flashback di flashback, ad oggi. Scene di guerra, scene di propaganda, momenti di estasi, di terrore, di tristezza, si mischiano tra loro in una amalgama quasi perfetta. Una storia che parla di uomini, di sentimenti, di risentimenti e di opportunismo. Una storia mista di verità e di inganni. Una storia che racconta come andò veramente e che mette chiarezza su alcune vicende umane che rimasero, e sono rimaste, nascoste all'opinione pubblica, fino ad oggi (almeno a tutti coloro che non hanno mai svolto ricerche approfondite!).

Flag of Our Fathers è un film di ottima fattura, con un timbro giornalistico che, però, ogni tanto cade anche sul sentimentale. Bellissima la carellata di foto di guerra che corrono in uno slideshow nella sigla finale, buoni gli effetti speciali, sempre convincenti e mai esagerati. 
Un film equilibrato che vuole essere, in un certo senso, anche un documento storico (tratto da un libro di James Bradley e Ron Powers, pubblicato nel 2001).



martedì 14 maggio 2013

Nemesi

Nemesi è il primo romanzo di Philip Roth che leggo. Sono sempre stato incuriosito da questo autore, ma fino a ora avevo sempre sfogliato i suoi romanzi con titubanza: fanno per me? Non fanno per me?
Rotti gli indugi, mi son trovato di fronte a un romanzo che racconta l'estate del 1944 in una comunità ebraica degli Stati Uniti.
Mr. Cantor è un ragazzo prestante. Un fisico atletico, un carattere forte, un estremo senso di responsabilità. Lui si occupa dei ragazzi al campo giochi della scuola locale. Gode della fiducia di tutta la comunità, ma lo scoglio che deve affrontare ogni giorno è lo spettro della Polio, che in quella estate fu davvero funesta in America.
Tutto sembra andare bene, quando un gruppo di immigrati italiani decidono di "invadere" la comunità (fino a quel momento rimasta immune dalla malattia) per portare la Polio anche agli ebrei. Mr. Cantor affronta questo gruppetto di bulli, tutto sembra finire per il verso giusto, ma dopo due giorni, due ragazzini si ammalano.
La malattia prosegue e miete vittime. Mr. Cantor si sente responsabile, impotente... e alla fine persino spaventato. Decide di abbandonare il lavoro per raggiungere la propria fidanzata in un campo estivo... ma la Polio non smette di perseguitarlo e arriva fino a quel campo.

Non starò a raccontare il seguito della storia per non rovinare l'empatia che i personaggi creano con il lettore. Il romanzo è scritto con semplicità, come fosse una semplice testimonianza, ma crea una struttura talmente solida attorno a questo ragazzo da far sì che esso diventi un persona reale, un conoscente, un ragazzo con cui ci si scambierebbe tranquillamente due parole ogni giorno. Lui è il classico bravo ragazzo. Lui si preoccupa più degl'altri che di sé stesso, e ciò lo conduce a vivere un inferno terribile... che ribadisco... non voglio svelare.

Una storia commuovente, scritta con maestria, davvero toccante. Che fa pensare.


domenica 12 maggio 2013

Crisi

Scritta in cinese, la parola crisi, è composta da due caratteri. Uno rappresenta il pericolo, l'altro l'opportunità.



giovedì 9 maggio 2013

Marie Antoinette

Marie Antoinette è il primo film della figlia di Coppola. Trama strettamente legata alla vita di questa importante regina, focalizzata su una fase importante della sua vita, dal matrimonio con il Delfino di Francia alla ribellione della popolazione, e la conseguente fuga da Versaille. Una vita degenere, in un certo senso, frivola e piena di eccessi. I tradimenti verso un marito che poco si interessava a lei, le passioni per le scarpe, i gioielli, i vestiti, gli animali. Vita che la porterà ad essere odiata dal popolo costretto alla fame dalla politica dissennata del Re, suo marito, e dalla sua insensibilità verso le necessità del suo popolo.

La fotografia è eccezionale, quasi poetica. La colonna sonora non entusiasmante, il racconto lento e, a volte, inconcludente. La narrazione sembra addirittura spezzettata e annoia. Troppe inquadrature strette e primi piani. Il budget (mio sospetto personale) piuttosto basso, al punto da rappresentare la folla in rivolta solo con pochi fotogrammi che inquadrano una decina di persone e... lamenti, grida, urla rabbiose registrate che suonano false di fronte alle immagini.
Kristen Dunst è bellissima nelle inquadrature, capace di fare la ragazzina civettuosa e, allo stesso tempo, una regina piena di temperamento. La sua espressività è impressionante e sempre si adatta alla parte. Ma, da sola, non può certo sostenere l'intero film.